Innocenzo Manzetti
Innocenzo Manzetti

Museo Manzetti

26 ottobre 1989 oltre 27 anni di attività!

Associazione culturale

(affiliata al Centro Studi

De Tillier)

 

Viale Federico Chabod, 62


11100 Aosta (Valle d'Aosta)

 

museo.manzetti@gmail.com

 

Tel. 339 3574718

 

twitter.com/I_Manzetti

Nuovo e vecchio sito web

Su questo nuovo sito web potrete trovare tante novità e informazioni!

Il vecchio sito (www.innocenzomanzetti.it) - in rete dal gennaio 2007 al gennaio 2014 - ha superato le 31 mila visualizzazioni.

CURIOSITA'

 

Nel 2008 Lino Colliard (1934-2010) - uno tra i più importanti storici valdostani contemporanei - in merito al nostro libro Il laboratorio delle meraviglie, da lui definito come "ottimo studio", ci scrisse: E' una puntualizzazione che vi fa onore e il cui contenuto condivido appieno. Ciò che da ex-archivista mi ha colpito, come altre opere vostre, è l'acribia della ricerca, la ricca iconografia, lo scritto attraente, ma spassionato, privo di punte polemiche, storicamente esatto. "Honneur au mérite!".

Il pantografo

Fin dal 1849 Manzetti dimostrò interesse per la riproduzione in miniatura, lavorando a una macchina, che avrebbe portato a compimento dieci anni dopo, capace di riprodurre oggetti in bassorilievo.

La macchina, un pantografo, era chiamata “machine a sculpter”, poiché del modello, era in grado di riprodurre fedelmente non solo la lunghezza e la larghezza, ma anche la profondità.


 

IL FUNZIONAMENTO

La macchina era composta da un braccio dotato di un bulino e di una punta molto sottile e sensibile, con una piattaforma mossa da una vite senza fine sulla quale veniva collocato l’oggetto da riprodurre (medaglione, cammeo, bassorilievo) e il pezzo di marmo, di avorio o di legno che si intendeva modellare.

Con la punta si seguivano tutte le linee del bassorilievo, che venivano così riprodotte dal bulino; ad ogni colpo si avanzava la piattaforma di un decimo di millimetro in modo da poter facilmente incidere la materia dura.

La macchina risultava ottima per le sue diverse qualità: innanzitutto per il prezzo modico, quindi per la facilità d’uso, infine perché con essa si potevano ottenere, aumentandone o riducendone le dimensioni innumerevoli volte, copie più precise rispetto a quelle realizzabili con altre macchine simili già in circolazione.

I rilievi erano riproducibili su moltissimi materiali quali l’avorio, la madreperla, il legno, l’alabastro, il gesso, l’osso, vari metalli e pietre dure come il rubino, per il quale era necessario utilizzare una punta di diamante. Usando particolari accorgimenti tecnici, era anche possibile ottenere una riproduzione in rilievo da un’immagine fotografica.

La velocità di riproduzione realizzabile con il pantografo di Manzetti era ovviamente collegata al tipo di materiale da incidere: per ottenere una perfetta riproduzione di una medaglia di quattro centimetri di diametro erano necessarie tre ore di lavoro se il supporto era l’avorio, mentre bastava mezz’ora nel caso si trattasse di alabastro gessoso di Courmayeur.


CURIOSITA’

Nell’autunno del 1869 la stampa locale annunciò che un industriale italiano si sarebbe incaricato di richiedere un brevetto del pantografo per conto di Manzetti. Tale iniziativa, come probabilmente altre precedenti, non ebbe effetto. Il prodotto di Manzetti andava ad aggiungersi a una nutrita schiera di macchine per scolpire che avevano fatto la loro comparsa fin dal 1631. Nei primi decenni dell’Ottocento, tali apparecchi ritornarono alla ribalta e molti inventori s’industriarono a riprodurre anche la profondità, risultato che fu raggiunto già nel 1836. Tra innumerevoli altre, la macchina di Manzetti richiamò l’interesse di molti curiosi soprattutto per le sue spiccate doti di precisione.

 

PICCOLE PRODUZIONI

Con il suo pantografo Manzetti realizzò numerose piccole opere. Su di un centimetro quadrato di avorio, per esempio, riprodusse un cammeo antico posseduto dal dottor Argentier, che rappresentava l’’incoronazione del Re dei Parti fatta dall’imperatore Adriano. Su di un chicco di riso riportò l’effigie di papa Pio IX. Su di una lastra di alabastro gessoso copiò il medaglione con l’immagine del geologo inglese Richard Henry Budden, fondatore della sezione di Aosta del Club Alpino Italiano.

 

 

 


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