Innocenzo Manzetti
Innocenzo Manzetti

Museo Manzetti

Associazione culturale

1987-2026

39 anni di attività

sede associazione

e piccolo museo-collezione (privato):

 

Viale Federico Chabod, 62


11100 Aosta (Valle d'Aosta)

 

museo.manzetti@gmail.com

 

Tel. 339 3574718

Il pantografo

Fin dal 1849 Innocenzo Manzetti si dedicava alla realizzazione di piccoli oggetti artistici, dimostrando una straordinaria abilità nella lavorazione dell'avorio, dell'osso e di altri materiali.

 

Scolpiva ritratti in miniatura, tabacchiere decorate con fiori, animali e figure in rilievo.

Da questa passione nacque l'idea di costruire una macchina capace di riprodurre meccanicamente le sculture, conservandone anche i particolari più minuti.

 

Il risultato fu un particolare pantografo scultore, già funzionante nel 1859.

A differenza dei comuni pantografi, utilizzati per ingrandire o ridurre disegni, quello di Manzetti riproduceva anche la terza dimensione, cioè la profondità. Una punta sottile seguiva la superficie dell'originale, mentre un bulino ne incideva la copia. Il tutto era montato su una piattaforma che avanzava progressivamente, grazie a una vite senza fine, con spostamenti di appena un decimo di millimetro.

 

La precisione era sorprendente. Nel 1859 Manzetti riprodusse su una tavoletta d'avorio un medaglione dello scultore danese Bertel Thorvaldsen, suscitando l'ammirazione dei visitatori, che esclamarono: «Non è una copia! È un secondo originale!».

 

Tra le opere realizzate con il pantografo figuravano miniature di straordinaria precisione. Su un solo centimetro quadrato d'avorio Manzetti riprodusse un antico cammeo appartenente al dottor Argentier, raffigurante l'incoronazione del re dei Parti da parte dell'imperatore Adriano, con una ventina di personaggi. Riuscì persino a riprodurre l'effigie di papa Pio IX su un chicco di riso. Realizzò inoltre, su una lastra di alabastro gessoso, il medaglione del geologo inglese Richard Henry Budden e i ritratti dei canonici Bérard e Carrel. Osservando queste piccolissime opere con una lente d'ingrandimento, si potevano distinguere i più minuti particolari degli originali.

 

La macchina poteva lavorare avorio, madreperla, legno, alabastro, gesso, osso e diversi metalli, arrivando persino alle pietre dure, purché il bulino fosse munito di una punta di diamante.

Permetteva inoltre di ingrandire o ridurre le dimensioni dell'originale e, con particolari accorgimenti, di ricavare immagini in rilievo anche da fotografie. Per incidere una medaglia d'avorio di quattro centimetri di diametro occorrevano circa tre ore, mentre per un'analoga lavorazione sull'alabastro gessoso di Courmayeur bastava mezz'ora.

 

Nel 1863 il pantografo attirò l'attenzione dei visitatori del laboratorio di Manzetti. Il 30 luglio, il giornale torinese «La Discussione» ne descrisse il funzionamento, sottolineando la capacità di riprodurre meccanicamente statue e bassorilievi. L'apparecchio era anche relativamente economico: Manzetti lo proponeva al prezzo di venticinque franchi e, secondo le testimonianze dell'epoca, era così semplice da utilizzare che persino un bambino di dieci anni avrebbe potuto ottenere copie fedeli di oggetti in rilievo.

 

Nell'autunno del 1869 la stampa valdostana annunciò che un industriale italiano si sarebbe interessato a brevettare la macchina per conto dell'inventore. Un tentativo analogo era già stato compiuto una decina d'anni prima, ma nessuno dei due progetti ebbe seguito. Manzetti stesso manifestava ormai un certo scetticismo verso i brevetti, sostenendo che la prima condizione per un inventore fosse quella di essere ricco.

 

Il pantografo scultore rimase così una delle più originali applicazioni della sua abilità meccanica.

Con un apparecchio relativamente piccolo ed economico, Manzetti era riuscito a trasferire nella lavorazione artistica una precisione fino ad allora affidata soprattutto alla mano dello scultore, rendendo possibile la riproduzione di oggetti anche molto complessi e di dimensioni minuscole.

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