Innocenzo Manzetti
Innocenzo Manzetti

Museo Manzetti

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Innocenzo Manzetti, Antonio Meucci…

e Alexander Graham Bell:

chi arrivò prima al telefono?

La storia del telefono ha consacrato alcuni nomi e ne ha lasciati altri nell'ombra. Fra questi ultimi figura Innocenzo Manzetti (1826-1877), inventore valdostano che nel 1865 fece parlare di sé sui giornali europei e americani per un apparecchio capace di trasmettere la voce attraverso l'elettricità. Eppure la priorità dell'invenzione viene comunemente attribuita ad Antonio Meucci (1808-1889), sulla base di esperimenti che egli dichiarò di aver compiuto molti anni prima.

Che cosa raccontano, invece, i documenti dell'epoca?

Le ricerche di Manzetti sui suoni risalivano almeno al 1849. Nell'autunno di quell'anno, Laurent Pléod, passando sotto casa Manzetti, udì strani suoni provenire dalla finestra del primo piano, osservando che somigliavano alla voce umana senza essere esattamente la stessa voce. Fu invitato a salire e scoprì l'automa suonatore di flauto, al quale l'inventore tentava da sempre di trasmettere anche la parola. L'episodio venne raccontato in un almanacco pubblicato nel dicembre di quell'anno. Un'altra testimonianza, apparsa sul «Patriote» nel 1884, ricordava l'esistenza di una nota di Manzetti, oggi scomparsa, datata proprio 1849 e dedicata alla trasmissione dei suoni mediante l'elettricità.

Proprio nel 1849 anche Meucci avrebbe compiuto all'Avana i suoi primi esperimenti, scoprendo accidentalmente la possibilità di trasmettere un suono attraverso un circuito elettrico utilizzato per l'elettroterapia. Di quell'episodio, tuttavia, conosciamo soprattutto ricostruzioni emerse una trentina d'anni dopo, durante i processi americani. Inoltre, percepire un suono attraverso un circuito elettrico non significa aver costruito un telefono capace di trasmettere parole comprensibili.

La differenza fra i due inventori diventa evidente nel 1865. Il 29 giugno «L'Indépendant» di Aosta fu il primo ad annunciare gli esperimenti di Manzetti per trasmettere i suoni mediante il filo telegrafico. La notizia si diffuse nei mesi successivi all'estero, raggiungendo anche New York. Il 19 agosto 1865 l'«Eco d'Italia» pubblicò un articolo sull'invenzione del valdostano. Meucci lo lesse e, dieci giorni dopo, scrisse al giornale rivendicando di aver avuto un'idea analoga. Agli inizi del 1866, il suo apparato veniva già chiamato dalla stampa «telefono».

Le sue parole meritano di essere ricordate: «Io non posso negare al sig. Manzetti la sua invenzione». Meucci proponeva persino di unire le rispettive idee per raggiungere un risultato sicuro. Nella stessa lettera chiese all'amico Enrico Bendelari se ricordasse di avergli parlato della sua idea nel 1860 e se, eventualmente, ne avesse parlato durante un viaggio in Italia. Bendelari rispose il 15 settembre 1865, assicurando di non aver capito bene di cosa si trattasse e, quindi, di non aver potuto comunicare quell'idea a nessuno. Quindici anni dopo, però, in una dichiarazione giurata del 1880, sostenne di aver cercato proprio in Italia possibili finanziatori per il progetto di Meucci. Le due dichiarazioni si contraddicono.

Un'altra difficoltà riguarda l'apparecchio descritto da Meucci in una lettera a Ignazio Corbellini del 13 ottobre 1865, anch'essa pubblicata sull'«Eco d'Italia»: spiegò di aver trasmesso la parola attraverso un filo elettrico, tenendo una lamina fra i denti, secondo un sistema che gli serviva per l'elettroterapia. Era dunque un sistema assai diverso dai telefoni elettromagnetici dotati di membrane, magneti e bobine che, nelle testimonianze successive, avrebbe dichiarato di aver costruito molti anni prima. Perché, invece, non descrisse un apparecchio più perfezionato, come quello che, durante le testimonianze processuali degli anni Ottanta, avrebbe dichiarato di aver inventato molti anni prima?

Anche la presunta pubblicazione di un articolo sull'«Eco d'Italia» nel 1860 o nel 1861, nel quale Meucci avrebbe illustrato la propria scoperta, presenta difficoltà. Il documento non solo non è mai stato ritrovato, nonostante le ricerche condotte già nell'Ottocento, quando venne persino offerta una ricompensa di 100 dollari, ma neppure il giornale stesso lo ricordava. Perché Meucci lo ricordò solo in tribunale e non nella lettera del 1865?

Si arriva così al 28 dicembre 1871, quando Meucci depositò il «Sound Telegraph», un caveat, ossia una dichiarazione preliminare destinata a precedere un eventuale brevetto. Il documento non descriveva con sufficiente precisione alcuni elementi fondamentali per la trasmissione elettromagnetica della parola, in particolare il rapporto fra membrana vibrante, magnete e bobina. Anzi, continuava a essere incentrato sulla stessa lamina del 1865. Inoltre, appena sedici giorni prima, Meucci aveva costituito con alcuni soci la «Telettrofono Company», che dichiarava di prevedere ulteriori esperimenti per sviluppare l'invenzione.

In genere, la mancata brevettazione del telefono viene spiegata con le difficoltà economiche di Meucci. Eppure, proprio nel 1865, egli ottenne due brevetti americani per altre invenzioni e presentò una terza domanda, accolta nel 1866. Conosceva dunque le procedure brevettuali e continuava a utilizzarle, mentre per il telefono avrebbe atteso altri sei anni prima di depositare una semplice dichiarazione preliminare. Perché aspettare tanto, soprattutto dopo la notizia dell'invenzione di Manzetti?

Il confronto tra Manzetti e Meucci conduce a una conclusione precisa. Manzetti dispone di testimonianze pubbliche contemporanee ai suoi esperimenti telefonici del 1865; le rivendicazioni di Meucci relative a telefoni molto più antichi si fondano solo su ricostruzioni successive, accompagnate da contraddizioni documentarie, smentite o dubbi di alcuni testimoni e difficoltà tecniche.

Questo non cancella gli esperimenti di Meucci, ma impone di distinguere ciò che egli affermò di aver realizzato da ciò che è possibile dimostrare attraverso i documenti.

La priorità storica non si assegna sulla base della notorietà, delle celebrazioni o delle rivendicazioni nazionali. Lo stesso Congresso degli Stati Uniti, nel 2002, non ufficializzò una priorità assoluta di Meucci rispetto a tutti gli altri inventori, ma riconobbe il suo contributo all'invenzione del telefono nel contesto delle controversie che lo avevano contrapposto a Bell.

Le prove oggi disponibili, come dimostrato, impongono di riconoscere a Innocenzo Manzetti una precedenza documentata nella storia della trasmissione elettrica della parola rispetto ad Antonio Meucci.

Torniamo ora all'autunno del 1849, quando Laurent Pléod ascoltò ad Aosta i suoni provenienti dal laboratorio di Manzetti, trovandovi una sorprendente somiglianza con la voce umana. Il suo racconto venne pubblicato nel dicembre dello stesso anno, nell'almanacco per il 1850. Nel 1884, inoltre, «Le Patriote» ricordò l'esistenza di uno scritto di Manzetti, datato proprio 1849, riguardante la trasmissione dei suoni mediante l'elettricità.

Se i suoni ascoltati da Pléod fossero stati il risultato degli esperimenti ricordati in quella nota, ci troveremmo davanti a una scoperta di portata straordinaria: quella del 1849 potrebbe essere stata la prima sperimentazione riuscita al mondo della trasmissione del suono per via elettrica, dodici anni prima delle esperienze di Philipp Reis del 1861.

La nota è scomparsa e il collegamento fra le due testimonianze resta da dimostrare. Ma il racconto di Pléod esiste, venne pubblicato nel 1849 e ci riporta a un giovane inventore che, ad Aosta, stava già cercando di riprodurre qualcosa che assomigliava alla voce umana. Una pagina della storia del telefono che potrebbe essere ancora tutta da scrivere.

E Alexander Graham Bell? A Bell resta «solo» il merito di aver ottenuto nel 1876 il primo brevetto del telefono e di aver contribuito in modo determinante al suo successivo sviluppo e alla sua commercializzazione.

 

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